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Per un lungo tratto della storia dell’OVI abbiamo misurato l’impatto della nostra attività schedando lavori scientifici che dichiaravano di aver utilizzato la banca dati o il vocabolario. Le citazioni più remote risalivano al biennio 1994-1995, quando studiosi come Piero Fiorelli e Carlo Pulsoni, Lino Leonardi e Adriano Sofri si appoggiarono a dati estratti dal corpus gestito allora con il software DBT da Valentina Pollidori, dopo che Pietro Beltrami, direttore da un paio d’anni, aveva organizzato il recupero di materiali testuali dispersi e inerti. Il TLIO non esisteva ancora, e un corpus ben più limitato di quello odierno era l’unica risorsa interrogabile dell’OVI. La lista di citazioni, che nel 2018 è arrivata a 64 pagine, era aperta da un’avvertenza: «Uno spoglio sistematico delle citazioni delle risorse dell’OVI sarebbe troppo oneroso per un gruppo di lavoro da sempre troppo piccolo, che preferisce concentrarsi nel produrle. Perciò la lista è sicuramente lacunosa: le citazioni che ci sono sfuggite potrebbero essere numerose».
Era vero allora, e sarebbe ancora più vero oggi che il TLIO si avvia al completamento e che il sistema di banche dati in GattoWeb garantisce una copertura pressoché completa della produzione testuale in italiano antico. Possiamo dire con una punta d’orgoglio che è ormai raro trovare lavori di filologia e di storia della lingua italiana che non tengano conto delle risorse dell’OVI: magari per segnalare una lacuna o un errore, più spesso per trovare appoggio documentario alle argomentazioni proposte. Continuare quel lavoro di schedatura sarebbe non solo onerisissimo ma paradossalmente controproducente, perché coglierebbe una parte soltanto delle menzioni e alla fine confermerebbe un dato assodato: che l’OVI, grazie al lavoro di tanti, è una realtà consolidata nel sistema della ricerca umanistica sul medioevo volgare italiano.